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Riscoprire i sensi. Un’esperienza unica: la cena al buio.
  


In un'epoca in cui siamo spinti a desiderare tante cose e fare quasi di tutto per ottenerle, privarsi di qualcosa che per noi è fondamentale, può essere davvero un'esperienza unica e interessante.

Se per la durata di una cena non potessimo utilizzare la vista? 
 
La cena al buio organizzata da un'associazione di persone non vedenti (A.S.D. Polisportiva UICI Torino onlus), mi ha permesso di fare questa meravigliosa esperienza, qui di seguito alcune riflessioni.
 
 
I 5 sensi.
 
Tutto inizia attraversando un corridoio in penombra, poi tutto è buio! Un’anticamera e due tende e siamo nella sala, mani molto premurose e sicure ci accompagnano ognuno alla propria sedia. 
 
Entrati nella stanza tutta l'attenzione inizialmente era rivolta alla vista, che proprio non voleva abituarsi!! Successivamente è prevalso il tatto, fondamentale per esplorare timidamente il tavolo e le persone sedute accanto. Ma posso dire che, probabilmente, è l'udito il senso che ha permesso alla mia immaginazione di arrivare lontano e che mi ha aiutata di più. Il tono di voce di tutti era molto più alto del solito, soprattutto all'inizio, quando non ci rendevamo bene conto della distanza che ci separava gli uni dagli altri. I momenti di silenzio sono stati molto più piacevoli del solito. Il silenzio aiutava a focalizzare l'attenzione su ciò che stavo toccando e assaporando. 
 
I profumi, familiari, erano molto più intensi e riempivano lo spazio che ci circondava. Mi sono trovata ad annusare il piatto, tastare con la forchetta per creare una mappa di come era disposto il cibo nel mio piatto e cercare di capire quale consistenza aveva. Non ero mai sicura di aver finito quello che avevo davanti, ma man mano che la cena procedeva diventavo sempre più brava a esplorare il mio piatto in cerca dell'ultima briciola (inutile dire che era tutto molto buono!). 
 
I sapori erano molto più intensi e le mie papille esploravano con estrema attenzione e per un tempo molto più lungo del solito il sapore del boccone che avevo in bocca. Trovare la bocca con la forchetta non è stato così complicato, probabilmente perché è un gesto abbastanza automatico, che forse troppo spesso facciamo in modo distratto: a chi non è capitato di portare alla bocca un secondo boccone, quando non si era ancora finito il primo?! Ecco questo non mi è capitato per tutta la cena. Tagliare è stato molto complesso e spesso i bocconi erano molto più grandi del dovuto! Versarsi da bere è stata la parte più comica: il dito dentro al bicchiere per controllare di non strabordare! Abbiamo scoperto l'assoluta importanza di chiudere sempre le bottiglie, che spesso cadevano nella ricerca congiunta delle persone sedute al tavolo. Le tovaglie alla fine sono quelle che hanno avuto la peggio!!
 
 
 
Affidarsi: come cambiano le relazioni con gli altri, nuove e di lunga data.
 
È stata sorprendente la completa fiducia in persone sconosciute, ma che ben conoscono quella situazione. 
 
..e l'assoluta importanza del nome! Già di per sé il nostro nome è una parola molto importante per noi. Definisce chi siamo, fa parte della nostra identità; non vedere chi si ha davanti e quali gesti sta facendo, ha reso questa parola estremamente importante, quasi una parola magica! Anna è l’angelo custode che mi ha guidato in questa sorprendente esperienza. Il suo nome ha rimbombato nella mia mente tutta la sera. Quando ci siamo presentate, diversamente dalle classiche situazioni, ho ascoltato il suo nome con attenzione e l’ho subito memorizzato. Anche il nome delle persone che conosco e che erano sedute vicino a me è diventato molto più importante: mi aiutava insieme alla loro voce, a collocarle in uno spazio che non potevo vedere ma che lentamente costruivo nella mia mente.
 
Interessante come cambia il modo di relazionarsi con le persone che già conosciamo. Un’intensa condivisione di come ci si sente (autentica!) e di quella parte di esperienza che non si può cogliere come siamo abituati a fare normalmente: “stai tenendo gli occhi aperti?”, “ma tu ti stai girando verso chi parla?”.
 
La pesantezza del buio, data dall’assenza della vista, si alleggerisce quando si riconosce una voce “amica” o si stabilisce un contatto con una persona vicina. Rispetto ai confini abituali che caratterizzano una relazione, aumenta la ricerca di un contatto fisico: il tatto sostituisce la vista. 
 
Un’immagine di ciò che non si vede.
 
Man mano che la serata procedeva la mia mente creava una mappa di ciò che avevo intorno e i miei sensi erano avidi di informazioni, che solitamente restano nel rumore di sottofondo, lontane dall’attenzione. Queste informazioni si univano alle mie conoscenze di persona vedente, per creare una rappresentazione il più fedele possibile di ciò che mi circondava. Molto diversa comunque da quello che ho visto una volta accese le luci a fine serata, ma sufficiente a farmi sentire pian piano a mio agio.
 
La guida e il racconto in prima persona di chi vive quotidianamente questa particolare condizione sensoriale, ci hanno permesso di aprire la mente, ampliando e arricchendo la nostra esperienza di un nuovo modo di sentire e rappresentare la realtà, stimolando molte riflessioni. Consiglio a tutti di provare!